C'era qualcuno che guardava. Non da una posizione privilegiata, non con strumenti particolari. Semplicemente guardava, come si guarda quando si è imparato a stare un passo indietro, per necessità o per scelta. Aveva ancora occhi per vedere, anche se questo non significava avere risposte.
Era un giorno di febbraio. Uno di quelli in cui il freddo, subdolo, entra dalle finestre chiuse. Il mondo sembrava essersi fermato in una pausa sospesa, come se stesse trattenendo il respiro.
Da quella finestra guardava le persone nei loro movimenti quotidiani, nei gesti ripetuti, automatici. Leggeva i commenti che si scagliavano gli uni contro gli altri sui social come nelle ormai rare discussioni al bar o a tavola. Tante persone in quel movimento confuso e avvilente. Anche tra quelle che conosceva e per le quali aveva sempre avuto stima.
Ognuno chiuso dentro una bolla propria, costruita probabilmente per difesa, sopraffatti dal disordine e dal disorientamento dell'ultimo lunghissimo periodo.
Una distanza che si era fatta spessore, opacità.
Lo vedeva nei volti che un tempo aveva conosciuto capaci di reazioni diverse.
Troppi avevano smesso di orientarsi seguendo la logica, accomodandosi in posizioni rigide, quasi religiose nella loro inamovibilità. La gente non si divideva più su idee o progetti, ridotti a un ricordo sbiadito, ma su personaggi. Figure in cui riconoscersi, da difendere con una rabbia crescente contro chiunque ne mettesse in dubbio la legittimità.
Non importava se occupassero ruoli istituzionali, se parlassero dai media o se provenissero dal mondo dello spettacolo. Contava solo il riconoscimento, la consacrazione, il senso di appartenenza.
Il disorientamento generale aveva preso la forma di una corrente sotterranea. Silenziosa, costante. Tutti smarriti, incattiviti, spinti dove non sarebbero mai andati se lucidi, eppure nessuno sembrava trovare la forza, o la volontà, di opporre resistenza.
Poi accadde qualcosa, ancora.
Uno scandalo che nessuno poteva prevedere.
Pagine e pagine che portarono alla luce situazioni crude, capaci di colpire l'animo con violenza e in profondità. Un frastuono improvviso che riempì ogni spazio di indignazione. Pagine che sfogliarono per giorni, convinti di essere al cospetto del vero problema.
Avvilito, sopraffatto e privo di orientamento, provò a mettere insieme delle parole. A coinvolgere, scrivendo qualcosa che poi, sapeva, nessuno avrebbe mai sentito e mai letto. Pensava, rileggeva, cercava un tono che non riusciva a trovare. Cercava una voce pur sapendo di non poter nulla.
Alla fine aveva smesso anche di cercare rifugio nelle parole e spento lo schermo.
Anche quello, senza accorgersene, era già parte del meccanismo.
Non vedevano, un po' tutti, che quello scandalo era solo la superficie. Qualcosa che era stato deciso di mettere fuori, scremando e indirizzando le reazioni. Fatti orribili, sì, autentici anche, ma messi lì perché utili a distrarre dall'oscurità più profonda che stava sotto. E mentre tutti erano occupati a indignarsi, nella confusione generale, era stata portata a termine l'ultima mossa.
Quando se ne accorsero, era già tardi.
Avevano perso tutto.
Non in un momento preciso, non con un gesto riconoscibile. Avevano perso spegnendo uno schermo alla volta, smettendo di cercare parole, abitando le loro bolle come se fossero ripari e non prigioni.
Quelle bolle che si chiusero.
E il freddo che si percepiva non entrava dalle finestre, non era più un disagio temporaneo. Era diventato la temperatura del mondo che avevano accettato di vivere. Un mondo in cui nulla apparteneva più loro, nemmeno lo spazio per riconoscere ciò che avevano perso.
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