LA ZATTERA PRIMA DEL NAUFRAGIO

Pubblicato il 19 marzo 2026 alle ore 19:51

Una mattina come un'altra, con le notizie pesanti. Lo sono spesso ultimamente, ma a volte il peso si fa sentire in modo diverso, più diretto, come se la distanza tra ciò che accade nel mondo e il tavolo dove stai bevendo il caffè si fosse assottigliata fino quasi a sparire.

Storie insopportabili emergono come normale cronaca. Poi l'Iran, ancora Israele, la situazione in Medio Oriente, l'Ucraina che non trova pace. Di molte altre guerre non si parla, ma sono lì a seminare dolore. Conflitti che si sovrappongono con una regolarità che ha smesso di sorprendere.

Intorno, la risposta che ormai riconosco come dominante non è la volontà di capire, ma la corsa a schierarsi. Trovare la posizione giusta, il fronte da sostenere, la parte a cui appoggiarsi. Come se il primo gesto di coscienza davanti a ogni nuova situazione che l'attualità partorisce fosse scegliere da che parte stare, non chiedersi come a quella situazione siamo arrivati.

C'è qualcosa di malinconico in questo. Non di nuovo. Di ostinato.

Quella mattina ero seduto nella piazzetta dei pescatori di Chiavari, con quei pensieri addosso, un posto dove mi fermo ogni volta che posso scendendo dalla mia casa di Sant'Andrea, un piccolo angolo di paradiso tra Chiavari e Zoagli, sulle colline che guardano il golfo del Tigullio dall'alto.

È un angolo che amo, quella piazzetta. Il faro di Portofino sullo sfondo, l'acqua che nelle mattine quiete restituisce qualcosa di simile alla pace.

Ho bevuto il caffè con quei pensieri addosso. Poi sono partito verso l'autostrada.

Ho messo su Oceano Mare di Alessandro Baricco. Una scelta precisa. Avevo bisogno di allontanarmi da quel peso, di mettere qualcosa di largo tra me e le notizie. Il mare, le voci lente del romanzo, Plasson che insegue il mare sulla tela usando acqua di mare. Qualcosa di inafferrabile per definizione.

I tunnel che trafiggono i monti, le valli che si aprono verso la pianura.

Poi una frase ha interrotto tutto.

«C'è un modo di fare degli uomini che non facciano del male? Se la deve essere chiesta anche Dio, questa, al momento buono.»

Ho spento l'audio.

È il barone di Carewall che lo chiede, nelle prime pagine del romanzo. Ha una figlia malata, Elisewin, spaventata di tutto e specialmente del mare. Da quel posto di amore e impotenza, rivolge la domanda a Edel, un artigiano a cui sta affidando qualcosa di impossibile da costruire.

Stavo provando a mettere distanza da quella domanda. Baricco me la restituiva identica, con una precisione che aveva qualcosa di ironico. La fuga era diventata un incontro.

La domanda è rimasta nell'abitacolo mentre i cartelli scorrevano fuori.

Baricco, in un'altra parte del romanzo, si avvicina a quella risposta.

Nella seconda parte, Il ventre del mare, uomini su una zattera dopo il naufragio della fregata Méduse nel 1816. L'oceano intorno, la morte che stringe. Uomini aggrappati a quelle assi per non affogare.

In pochi giorni si spogliano di ogni strato che la civiltà aveva sovrapposto a ciò che sono.

La morale cede sotto la pressione della sopravvivenza. Savigny, il medico, rivela una natura che nessuna formazione aveva scalfito davvero. Il corpo porta ciò che l'uomo può fare all'uomo quando la disperazione diventa l'unica legge rimasta.

Il pensiero che non riuscivo a togliermi, mentre guidavo, era un altro.

Quella zattera in Baricco arriva dopo. È ciò che resta quando la nave è già andata. Ma quella stessa zattera torna a comparire anche prima, quando il mare non ci ha ancora portato lì, quando la nave è ancora intera e il tempo per fare qualcosa di diverso esiste ancora.

Noi su quella zattera ci stiamo salendo adesso, con il tempo ancora a disposizione e i mezzi per evitarlo. Eppure molti seguono il flusso, restano conformi, evitano di esporsi.

Pensare costa. Ragionare contro la corrente costa di più.

A quel punto il mare smette di essere contemplazione. Rimanda indietro ciò che trova.

Non è l'esistenza del male a pesare di più. Quello ha una storia antica quanto l'uomo. È la sua forma ordinaria, quella che non si nasconde, che occupa spazio con tranquillità, che ha smesso di avere imbarazzo.

E intorno, il silenzio di chi potrebbe parlare e preferisce non farlo.

Di fronte a questo il pensiero si inceppa. Non trova risposta. Trova il peso di una constatazione che non si riesce a metabolizzare del tutto.

Eppure proprio lì si apre qualcosa di diverso.

Penso alle persone capaci di fare buon uso del pensiero. Non a chi ostenta la propria cultura come ornamento, ma a chi si muove nel mondo con una curiosità che non si spegne. A chi non si arrende alla semplificazione. A chi sopporta la complessità senza precipitare nel cinismo, senza cercare lo schieramento come rifugio. A chi sceglie di esporsi, anche quando "esporsi" è una parola che fa paura.

Verso queste persone provo una gratitudine che faccio fatica a spiegare.

C'è qualcosa nel fatto che qualcuno scelga, giorno dopo giorno, di coltivare la propria intelligenza e la propria sensibilità in un tempo che sembra premiare l'opposto, che appare come una forma di resistenza silenziosa.

Non dichiarata. Forse nemmeno consapevole. Ma reale.

Sono loro, spesso, a restituire una fiducia che la cronaca quotidiana si occupa metodicamente di erodere.

Porto con me da tempo una convinzione che negli anni si è consolidata senza bisogno di dimostrazione: la vita terrena è un passaggio.

Non nel senso di qualcosa di trascurabile. Al contrario. Proprio perché è un passaggio ha un peso specifico che niente di permanente potrebbe avere.

Il corpo è un involucro. Straordinario, capace di percezioni che non sappiamo ancora misurare del tutto. Ma pur sempre un involucro. Qualcosa attraverso cui transitiamo.

Quello che siamo non finisce con la fine del corpo.

Questo lo sento più che pensarlo. E la differenza mi sembra importante.

Questa convinzione non ha mai tolto senso al presente. Semmai lo ha intensificato.

Se il tempo qui è limitato, ogni mattina davanti al mare conta. Ogni domanda che si ha il coraggio di tenere senza risposta conta.

Torno allora a quella domanda del barone, sospesa nell'aria del romanzo fin dalle prime pagine.

Forse non esiste un metodo per fare uomini che non facciano del male.

Ma esiste chi sceglie di non smettere di interrogarsi. Chi continua a pensare quando sarebbe più facile lasciarsi trascinare.

E forse, per chi attraversa questo tempo con gli occhi aperti, è già qualcosa.